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I fiori del male

Caro Andrea,

il sedici maggio saranno cinque anni che stiamo insieme. E dico stare insieme perché ho sempre detestato termini come fidanzati, compagni, morosi. Noi stiamo insieme. E lo facciamo da così tanto tempo e con così tanto amore che il nostro incontro segna un prima e un dopo nella mia storia.

Eppure, io non so e ancora non capisco che posto tu debba avere nella mia vita, non capisco quanto spazio ti prenda e quanto spazio ti concedo, non capisco come sia possibile che ci si conosca così a fondo e si decida comunque di essere, essere e basta, essere insieme. E tutte le volte che ti mostro – che mostro noi insieme – sui social, tutte le volte che racconto di te, io sono grato e orgoglioso e felice. E non te lo dico spesso a voce perché negli anni mi sono costruito meccanismi di funzionamento strani – è sopravvivenza, è autoconservazione -, perché ho dei confini smarginati e labili nei quali faccio fatica a far entrare la gente e, al tempo stesso, a non farla entrare. Eppure, tu non stai da nessun posto e in tutti i posti insieme, tu sei lo sbilanciamento di ogni educazione pregressa, tu sei la cosa meno professionale che io mostri agli altri e la cosa più vera di tutte.

Caro Andrea, io non capisco dove io ti debba collocare nella mia vita, perché in realtà sei in nessun posto e in tutti i posti, sei in ogni spazio vuoto e pieno, sei in ogni cellula di energia che si muove nelle cose che faccio e in quelle che non faccio.

Ci siamo incontrati durante un’assemblea d’istituto, al liceo, io facevo il relatore – dovevo nutrire il mio “Mattia-Perfetto” – e tu avevi scelto la mia conferenza. E lo sai, quel giorno ti avevo odiato: l’unico ad avere le cuffie nelle orecchie, l’unico che mi ignorava. Il primo a sfidare il “Mattia-Perfetto”, il primo a volerlo modellare rispettandolo. Il liceo è stato per me un tempo idilliaco, l’idealizzazione di tutte le idealizzazioni: ero felice, avevo tanti amici, avevo una famiglia che, per quanto a pezzi, mi incoraggiava. E poi, come regalo finale, ho trovato te durante quell’ultimo anno, quello della maturità e delle fughe all’intervallo, di nascosto, con quell’inesperienza che solo l’adolescenza ha e che rende tutto “molto brutto” o “molto bello”. E noi abbiamo iniziato a camminare da un estremo all’altro.

Poi c’è stata quella sera al lago sul pontile in cui mi hai parlato di tuo padre e io ti ho parlato della mia famiglia, poi c’è stato il cinese e una serata film sul divano, poi ci sono state le assenze delle figure maschili – in senso relativo o in senso assoluto – e le presenze delle figure femminili – a volte asfissianti, edere relazionali. Poi ci sono stati i viaggi con la Up! a metano e i coupon, poi ci sono stati i miei e i tuoi fantasmi che hanno iniziato a temere la nostra luce, e poi ci sono i miei e i tuoi dolori accarezzati e addomesticati con pazienza. C’è stata Venezia sotto la pioggia, Pisa sotto l’ombra degli alberi delle Piagge, e il Trentino sotto la neve. E noi sopra, sopra tutto e sopra tutti, sempre in equilibrio tra quello che eravamo, quello che saremmo potuti diventare e quel nostro presente in costruzione.

Condividere cose di noi mi rende più ricco, ma non nego che all’inizio era un «Ammirateci perché facciamo invidia al mondo». E l’amore all’inizio è così: sfacciatamente urlante, in cerca di legittimazioni e abbracci e baci e sesso a luci spente. Poi, però. è arrivata la psicoterapia, è arrivato il lavoro su me stesso, sono arrivate le discussioni, è arrivata la depressione. In sostanza, poi è arrivata la vita e ci ha dato bordate così grandi che quel “prima e dopo Andrea” si è rafforzato con lo spezzarsi: nel sacrificio del figlio e nel dolore si rinnova il miracolo dell’amore. E noi con lui.

Scrivo queste righe perché, quando ho aperto i luoghi virtuali che abito, ho pensato che tu saresti potuto essere una cosa bella da mostrare, ma ho anche avuto il terrore che noi fossimo una cosa troppo fragile da dare all’esterno. «E se finisce?». Sempre la paura a divorare. E poi ho anche pensato che forse, per quel “lavoro” che faccio qui sarebbe stato “poco professionale” mostrarci. Ma poi ho anche pensato che non voglio più vivere nella paura e che non siamo necessariamente “Andrea+Mattia”, ma siamo comunque, siamo e basta. E questo ci basta. Ho pensato che con il tempo tutto si sarebbe assestato e noi ci saremmo evoluti, come sempre, come siamo sempre riusciti a fare.

Ci siamo ripromessi che saremmo stati insieme finché stare insieme avrebbe significato “crescere”. E io sono cresciuto, così tanto che se mi guardo oggi, finalmente, inizio a riconoscermi. E dunque è per questo che mostro, oggi, le nostre foto, il nostro sentimento: amarti è per me riconoscermi ogni giorno di più. Ed è passato molto tempo da quella tremenda strage di Orlando che mi ha fatto gridare al mondo che io e te, dove la gente distruggeva e creava odio, stavamo provando, dal dolore, a costruire e creare amore. Io e te, stavamo (e stiamo) provando a far nascere i fiori dall’asfalto.

E cambierà: cambierai, cambierò, e cambieremo. Ma saremo sempre più vicini al nostro riconoscerci. Comunque vada, nonostante. Mi sembra una buona conclusione.

Per sempre tuo,

Mattia

(Quando l’arte di Baudelaire e De André dialogano: lo sbocciare.)

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