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Inganni di un futuro presente

La verità è che voi non lo sapete. Voi non lo sapete cosa vuol dire chiamare un gruppo di “diecenni” dopo un mese che non li vedi in palestra agli allenamenti, non sapete cosa vuol dire commuoversi quando G. ti dice che la cosa più importante che ha imparato in questa quarantena è che «Gli amici sono fondamentali, non vedo l’ora di rivederli dal vero». Voi non lo sapete cosa vuol dire avere due nonni che sentono ogni giorno parlare di morte e la vedono intorno a loro, che compisce i loro amici; voi non lo sapete che quei due amanti stanchi passano tutta la giornata cercando di tirare sera per poterci chiamare e commentare come sono andati i numeri del contagio perché «Se la curva è in flessione», lo dicono senza nemmeno sapere forse del tutto cosa voglia dire con la loro povera quinta elementare che voi avete brillantemente superato, «presto ci vediamo e tagliamo il salame», quello stesso salame che siamo andati a comprare insieme dopo Natale con nonno a Cremona e che lui non ha potuto tagliare con noi il giorno del suo ottantanovesimo compleanno perché eravamo già reclusi – hanno festeggiato da soli. Voi non lo sapete cosa vuol dire avere un compagno con il quale voler festeggiare cinque anni di relazione, di rivoluzione silenziosa e piena d’amore, e non poterlo fare a causa della vostra millantata responsabilità che ora ci avete scaricato sulle spalle; voi non lo sapete come mi sono sentito quando sono arrivato a dire al mio compagno e dirsi «la nostra storia forse è finita perché questo non è vivere», e nel frattempo smettevo di assumere benzodiazepine e pensavo che non fosse il momento più indicato. Ecco, io credo che tutte queste cose voi non le sappiate. E se invece fosse il contrario, se invece tutte queste cose le sapete o le avete sapute in un qualche passato, ecco, io credo che siate degli stronzi.

E non dirò che allora «Chi se ne frega delle responsabilità, chi se ne frega delle morti». Ecco che ribattete facile, vi vedo che già cercate di prendere questa strada perché è la più facile. Vi tolgo questa certezza. E faccio un passo di lato perché ho una bella casa grande con il giardino, ho una famiglia unita. So che ci sono vittime di violenza domestica che non sanno come vivere, ci sono persone che abusano di sostanze che sono in astinenza, ci sono persone che abitano in trenta metri quadri, in cassa integrazione, ci sono gli immigrati irregolari, ci sono gli operai , le cassiere. Ecco, c’è la complessità del mondo, quella che per anni ci avete detto non essere: soluzioni semplici a questioni complesse: un folle rasoio di Occam populista e cialtrone. Ma non farò questa battaglia, non mi trascinerete nel fango della discussione portata a livello del «C’è chi sta peggio».

Perché stiamo tutti peggio e perché sarà sempre più grave. Perché quella alla quale ci siamo costretti – in prima battuta giustamente e comprensibilmente, da bravi cittadini che ancora una volta hanno a che fare con governanti non all’altezza di problemi che vadano oltre il consenso – non è vita, questa è attesa vacua e sbiadita di una vita che continuiamo ad aspettare, è bieca retorica di una classe dirigente che non sa dirigere niente e che paventa un ritorno alla “normalità”. Ma quale “normalità?”. Quella delle RSA o quella degli sceriffi di quartiere? quella delle applicazione che tracciano i nostri spostamenti o quella del sacrificio di vite al dio della crescita perpetua? No, nel caso non ve ne foste accorti, non andrà tutto bene. Anzi, vorrei sottolineare che già non è andato tutto bene. E continuerà così se non saremo in grado di uscire da quella retorica stucchevole e vuota, che si nutre di bollettini e numeri piegati a scopi ora rassicuranti ora allarmistici. E volevo anche farvi notare che sarebbe bene spiegare che non è importante il quando, ma il come. Come saranno i cinema, i teatri, i musei? Come saranno i baci, il sesso, le relazioni? Come sarà il lavoro, la comunicazione, i confini? E insisto sul come perché purtroppo il cosa ce lo siamo già giocati in questi mesi persi nell’indecisione: siamo già figli, padri, madri, nonni, amici, persone vuote, spaesate, e, senza indicazioni, alla deriva.

No, io non farò nomi e cognomi. E non per viltà, ma perché ognuno, leggendomi, legga a sua volta la quota di responsabilità che ha nell’aver contribuito a questo pantano virulento e logorante. Non farò nomi, ma voglio sapere. E in realtà, voglio e avrei voluto sapere così tante cose che non so da dove cominciare. Così provo a dire cosa avrei voluto che fosse fatto. Avrei voluto che in questi due mesi ci aveste spiegato – e aveste spiegato soprattutto a chi è più “fragile” – che siamo stati noi a tirarci addosso il virus, noi che ci siamo rivelati la specie più invadente e spregevolmente superba del pianeta. Avrei voluto che in questi due mese aveste fatto ammenda a nome dell’umanità perché siamo stati noi a peccare di ubris, a sacrificare al progresso qualsiasi narrazione di complessità. E uso un noi perché, nonostante tutto, ho ancora pietà di voi. Voi che non lo sapete quanto è difficile spiegare ai “miei” bambini quello che sta succedendo, quanto è difficile spiegare ai miei nonni, che non hanno nient’altro se non me e mio fratello, che tutto questo lo stiamo facendo per il loro bene. Ma quale bene? Per chi? Per delle persone che hanno vissuto la guerra e la fame? No, ribadisco che per me questo tempo sospeso non è vita. Questo tempo sospeso, gestito così, è soltanto il galleggiare in una sorta di “pre-morte”. Passata la paura iniziale ci è rimasta soltanto l’angoscia e dentro quell’angoscia ci rotoliamo. E quell’angoscia si sta insinuando in ogni nostra cellula: se non ci ucciderà questo virus, o un altro in futuro, lo farà di sicuro l’angoscia e il non aver avuto gli strumenti per affrontarla.

Prima che tutto questo cominciasse, iniziavo a parlare con il mio compagno di casa, figli, futuro. Tutti progetti che ora sono come congelati, in attesa di capire, prima di tutto, chi ce lo restituirà quel futuro, chi ci restituirà l’inganno di quel futuro che è già presente e che già si sta sbriciolando davanti ai nostri occhi. Chi ci restituirà la forza di sognare? Voi non lo sapete che quello che stiamo vivendo è un futuro così presente che non può attendere i balletti di una politica cieca e opportunista, non può attendere le vostre narrazioni retoriche, non può attendere che tutti i nostri sentimenti, obiettivi e sogni si sciolgano senza che si possa far niente? No, credo che proprio non lo sappiate. E soprattutto, non sapete come ci si sente a rendersi conto di poter solo stare a guardare tutto mentre accade (o meglio tutto mentre non accade e intanto ti distrugge).

Vi concedo il beneficio del dubbio nel dire «Voi non lo sapete», perché se davvero lo sapeste e restaste così immobili, ecco, sareste anche complici, anzi, fautori della rovina. Rovina di noi che stiamo qui a guardare le macerie di un mondo che crolla, di un mito che per forza di cose non sarà più lo stesso. E l’ho realizzato a pieno qualche giorno fa quanto tutto questo ci stia stremando, sfilacciando, indebolendo. Ero al telefono con quella che è stata la mia insegnante di scrittura, sola, in una Milano deserta, a combattere da tempo contro un male brutto. Il “brutto male” per antonomasia. E lei mi ha detto «Io il 13 marzo esco, tanto in prigione ci sono già e per me questa è già morte». Come potevo darle torto? E come potevo non commuovermi quando poi ci siamo scambiati le emozioni che un servizio di Propaganda Live della sera precedente ci aveva lasciato: era un’intervista a Francesco Guccini che raccontava che dopo la guerra la gente aveva una gran voglia di ballare che faceva luce. E mentre piangevamo al telefono io e lei ripensando alla luce e alla dolcezza di quella semplice frase e di quel gesto spontaneo io le promettevo: «Giuro che appena finisce ti porto a ballare». Vedete? Non è una questione generazionale (io ho vent’anni, lei ne ha sessanta), è una questione di visione del mondo. Ed è sempre quella visione del mondo a dividere voi da noi.

Ma voi cosa ne volete sapere, voi, di tutto questo? Voi, quelli del virus scappato dal laboratorio, voi del 5G, voi di Greta ambientalista ma che si veste con impermeabili di plastica. Com’era la storia del saggio e della luna? Voi non la sapete, voi, la voglia di ballare che abbiamo noi. Quella sì, sono certo che non lo sappiate, altrimenti avreste agito diversamente. O altrimenti sareste state persone crudeli. Ma non lo siete, giusto? Fase 1, fase 2, aprire tutto, chiudere tutto: ma fate un po’ come cazzo vi pare. Basta che non scaricate più su di noi la responsabilità dell’accaduto, basta che non tiriate la corda ad oltranza. Perché fin dove è stato possibile noi ce le siamo prese le nostre responsabilità: dai balconi, ad applaudire, a fare raccolte fondi. Perché questa non è una guerra, e quei medici non sono eroi ma uomini fatalmente fragili. Perché in questo momento noi abbiamo una fottuta voglia di ballare, noi: ballare in mondo nuovo, ancora più complesso, con ancora più domande e responsabilità, ma che conoscerà anche molta molta più allegria e più gioia. E, infine, ma soprattutto, perché in questo momento vi stiamo odiando fortissimo. Spero ci stiate sentendo.

Da qui in poi, se non vi dispiace, la cronaca di questo futuro così presente la prendiamo in mano noi, se ce lo concedete. Credo abbiate già dimostrato abbastanza il vostro fallimento e abbiate avuto tutto il tempo di osservare l’orrore e il dolore che la vostra scelleratezza ha provocato. Ma, effettivamente, non vi vorrei sfidare troppo prima che ci dimostriate di poter fare ancora di meglio.

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