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Ad Andrea, con tutto l’amore che posso

Caro Andrea,

sono disteso sul letto della casa dalla quale sto faticosamente uscendo. Quella che mi ha visto nascere, crescere, sbagliare e riprovarci. Quella che mi ha insegnato tutto, che ha distrutto tutto e che ha tentato di ricostruire tutto. Sudo e scelgo il lettone di mamma per scampare al caldo del mio letto a soppalco. Fuori c’è silenzio. Nel letto ci sono i pensieri. Infine, squilla il telefono.

Ci siamo salutati da poco e con quella voglia di non farlo, mentre ci ambientiamo in questa nuova vita insieme. Ancora più insieme. Il tempo è sempre stato un mio nemico perché non gli ho mai concesso di diventare un mio alleato. E quello lontano da te ha messo più volte in crisi me e la nostra relazione. Poi ci ho lavorato. Ma il telefono suona, io rispondo e tu stai piangendo. Il caldo si infiltra tra le persiane chiuse insieme a una tristezza che questa vita nuova aveva sospeso.

Scendo. Salgo in macchina. Guido forte. Hai il pianto di quando il tuo buio ti inghiotte e il panico spadroneggia. Ho il cuore che batte forte come quando sei uscito dalla sala operatoria per l’intervento e io non sapevo com’era andata e in macchina piangevo seduto alla guida nel traffico con di fianco due magnum al cioccolato bianco tenuti freschi grazie a un piccolo ghiaccio istantaneo recuperato da qualche parte. Piango anche durante questo viaggio perché penso a te a me a noi ai tuoi lutti alle nostre mancanze alle cose che non saranno più.

Ti chiamo e non rispondi. Mi preoccupo. Parcheggio. Richiamo e mi rispondi. Mi tranquillizzo ma restiamo al telefono. Faccio le scale correndo a due a due. Questa volta non ho un gelato ma la forza dell’essere diventati più forti. Attraverso la sala e la musica che stai ascoltando si fa più forte. Entro in camera da letto e ti trovo sul soppalco nudo e disteso a terra. Tra le braccia hai l’orsacchiotto di quando sei nato. Me lo racconti tra le lacrime che non si fermano. Mi dici che si chiama Chicco e che anche se quasi da subito gli si è bucato il pancino ed è fuoriuscita tutta l’imbottitura tu hai lottato per tenerlo ed ora è lì che ti coccola.

Osservo e sei tornato bambino. La paura ti ha trasfigurato. Ti riconosco. Mi riconosco. E ti amo fortissimo. Non ti domando. Sei tu a parlare. Manca anche a me ti dico. Avrei voluto conoscerlo anche io ti dico. Due volte. In un modo troppo simile. Lo stesso male. Lo stesso squarcio. Ti dico di scendere. Ti prendo un bicchier d’acqua. Mi chiedi un abbraccio. Mi dici che non ti interessa niente sapere che loro sarebbero stati fieri di te. Che per te tutto questo non ha senso se non puoi vederli fieri di te. E io penso che più di tutti i ti amo io ho sentito il tuo amore negli avrei voluto che lo conoscessi e che lui ti conoscesse.

Torniamo in camera da letto. Queste crisi si sono sempre concluse facendo l’amore. Abbiamo sempre avuto bisogno della carne per sentirci vivi e per rivendicare il nostro esserci e avere un senso. Sconfiggere la morte è sempre stato per noi fare un sesso violento e carnale che lascia lividi e graffi, che ci ha fatto urlare di dolore e di piacere. Tutto il corpo chiama vita quando la mente ti porta verso la morte. Ma questa volta è stato diverso. Questa volta non siamo finiti a letto.

Dici che tutto è cominciato con una canzone triste che avrebbe dovuto rilassarti e invece ti ha fatto riflettere sulla morte che hai vissuto oggi in reparto, la prima dopo il periodo covid alla quale due parenti hanno potuto assistere, tenendo fino alla fine la mando del loro caro. E tutto ti si è riacceso. Mi ritrovo in piedi con le spalle al muro mentre ti guardo tornare a piangere perché l’ingiustizia dei ricordi è troppo grande da reggere, troppo doloroso il cercare di andare avanti e ti guardo naufragare ma non ti abbraccio una seconda volta. Rimango in piedi cercando di fermare le lacrime perché questo è il tuo dolore. E avrei tanto voluto essere quello di sempre, avrei in parte voluto risolvere questa crisi facendo l’amore. Eppure, siamo lentamente mutati nel dolore e con esso siamo cresciuti.

Sono due anni che la sertralina tiene a bada la ricaptazione di serotonina nel mio cervello. Ci sono momenti in cui mi sembra che io possa cavarmela da solo, poi basta un giorno in cui mi dimentico di assumerne la dose che devo e mi prende un gran mal di testa e una forte nausea. Dalla massiccia dose iniziale, sono arrivato oggi ad un passo dalla rimozione totale, dopo quella già avvenuta per le benzodiazepine, di questa SSRI. E mentre il principio attivo lentamente lascia il mio corpo rimpiazzato da meccanismi nuovi e nuove consapevolezze portate dalla psicoterapia, non mi abbandona il senso di stanchezza e di inutilità nel fare fatica nell’andare avanti trovando un senso.

Caro Andrea, io tuo padre non l’ho mai conosciuto, ma ho conosciuto te, che sei la cosa più bella che lui potesse donarmi. Caro Andrea, io quello zio da cui tu hai preso il nome l’ho conosciuto, e da lui ho capito cosa significa profondamente accettare e accogliere incondizionatamente. E poi ho conosciuto te, che mi hai insegnato tutto il resto. E che ora sei qui a piangere e a disperarti e non faremo l’amore ma non potrò nemmeno rassicurarti. Nonostante tutto, iniziando a smettere di ricercare un senso che escluda l’essere sereni con sé stessi, per ora la depressione mi ha lasciato un’eredità pesante che è il pensiero ricorrente della fatica sprecata. E mentre te lo dico, come sempre succede anche se sei in difficoltà, sei tu ad aiutare me. Stringi al petto Chicco. Dici che è egoista. Ma mi riveli che il segreto è essere felici. E che il lutto sgretola il senso ma poi mi guardi e mi ami un sacco e un motivo e non un senso assoluto torna e tu torni a pensare che sia bello vivere.

Per questo, ancora una volta, scrivo a te con tutto l’amore che posso. Lo stesso amore che ho provato a metterci tutti i giorni di questi sei anni che abbiamo deciso e continuiamo a decidere di passare insieme. E in tutto questo ti ringrazio per darmi la possibilità di sentirmi microscopico di fronte alla grandezza del tuo voler stare al mondo ad amare finché sarà concesso. Lo scrivo. Lo rileggo. E mi sento immensamente fortunato. Lo scrivo. Te lo scrivo. E ritrovo un motivo. Che non è un senso. Ma vale. E fa luce. Così, solo allora so che posso sdraiarmi di fianco a te, mettere Chicco in mezzo a noi e piangere con te ascoltando i tuoi ricordi su papà e l’ultimo messaggio che ci siamo scambiati io e lo zio.

Ad Andrea, con tutto l’amore che posso è la dedica del romanzo che parla di quella che è stata la tua storia che è anche un po’ la nostra. Ad Andrea, con tutto l’amore che posso è la dedica che ti voglio fare anche qui. A te e a me perché amo te. Con tutto l’amore che posso.

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