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Il re è nudo per davvero!

Come nella fiaba di Andersen, ma essendo al contempo il re e il bambino che smaschera l’inganno. Due anni dopo, lo stesso palazzo di mattoncini rossi, lo stesso Mattia, eppure un Mattia diverso. Addosso un abito invisibile di un tessuto leggero e trasparente che pian piano, abbandonando la paura di sentirsi indegno, si svela per quello che è: un astuto tranello per smascherare l’inadeguatezza. E allora, pian piano, lo si dismette, quell’abito, lo si lascia sgualcito e poi liso e poi sdrucito. Il re è nudo per davvero.

È tutto come nella fiaba ma tutto un po’ al contrario, un po’ mescolato, tutto confuso e caotico perché nella vita le cose sono sistemate così, alla rinfusa, gettate un po’ a caso e mescolate con un desiderio di comprensione che supera la contingenza e si infrange contro l’impossibilità di chiarezza e di collegamenti che non si sostengano di credenze. Le cose della vita sono celate dietro abiti invisibili che siamo costretti o siamo portati a vedere e abiti invisibili che non vediamo ma che spesso indossiamo per inerzia, per ignoranza, per sopravvivenza o, peggio, per tentare un’identificazione riflessa. Ci riconosciamo nell’altro perché nella solitudine fatichiamo maggiormente. Chiediamo al popolo, ai sudditi che abbiamo intorno e a quelli che ci abitano.

Assumere sertalina. Assumerla per due anni. Inibitore selettivo della ricaptazione della serotonina. Una definizione bellissima, tragica, didascalica e al tempo stesso poeticamente cinica. Questione di chimica, questione di carne nuda, inerme, indifesa di fronte alla mente. E il re di nuovo si ammanta di abiti meravigliosi perché è così che è sempre stato, per non sentire, per non vedere, per continuare a regnare. Un regno di sudditi fedeli dentro e fuori dalle mura del palazzo, dentro e fuori dalla propria coscienza. Brevi sprazzi di piena consapevolezza. Un palazzo in cui arroccarsi e vivere e credere di capire provandoci davvero, a credere e a capire per poi fallire in entrambe le cose. Un re che si aggira nudo per i lunghi corridoi che rimbombano dell’insicurezza dei suoi passi, indossando la versione di sé scoperta negli altri, l’unica versione di sé imparata a memoria, studiata, appresa, ingollata.

Sertralina stop e tutto torna come prima e tutto è cambiato. Il re è lo stesso, il regno è lo stesso, i sudditi sono gli stessi. Eppure, nessuna di queste tre cose è rimasta uguale. Da qui nasce il conflitto, da qui si dipana il sentiero a ritrovo nell’attesa non più dell’efficacia del farmaco ma della presa di coscienza della sua fine. «Ma il re non ha niente addosso: il re è nudo per davvero!». Lo urla un bambino nuovo, che non sta tra la folla, unica voce che non teme l’inadeguatezza. Lo grida quel bambino nuovo che nel frattempo è cresciuto a corte e con quel re non incline al divertimento ha giocato a acchiapparella senza mai raggiungerlo. In questo senso è tutto come nella fiaba ma poi è tutto al contrario: ché il vagare dei due ha portato nello stesso punto senza preavviso e senza consapevolezza.

Eppure è proprio una questione di consapevolezza e consapevolezze. Tanta e tante da provare le vertigini in cima alla torre più alta del palazzo di notte sotto una volta celeste senza stelle, tanta e tante da provare terrore nelle segrete più profonde. Un percorso fiabesco che ha in comune con la fiaba l’essere spietato, il ricordare che il male esiste e che, a volte, può essere sconfitto ma che il prezzo rimane. Rimane il monito. Rimane la cicatrice. E, a volte, che il male non viene sconfitto.

Sono giorni di interruzione della cura farmacologica e la mia mente vaga nei ricordi ritrovati e in quelli dolorosi della depressione, faticando nel trovare un senso per raccontarlo al re e al bambino che si sono incontrati ma non si sono del tutto riconosciuti. Il bambino ha raccontato il suo ingenuo stupore, il re ha riportato la sua battaglia prima vigliacca poi coraggiosa poi semplicemente combattuta. A volte la testa gira, a volte ho la nausea, a volte grumi d’ansia mi tengono sveglio o mi svegliano all’improvviso. Nel reame è tutto nuovo e tutto vecchio ma di certo è tutto immerso nell’insicurezza. Scrivo che la consapevolezza e le consapevolezze mi aiutano, poi scrivo che è tutto ancora incerto. Si è abbastanza e l’attimo dopo di nuovo tornano le voci a giudicare.

Portare pace nel reame mi è ad oggi nonostante tutto impossibile. Così lascio che rimangano: il re nudo, il bambino sveglio, l’abito invisibile e dismesso. Ogni tanto organizzo un ballo a corte ma avviso che potrebbe essere interrotto da un momento all’altro. Saluto il mio umore. Cerco un senso e poi interrompo bruscamente la ricerca. Tengo insieme e lascio andare. Lo sdoppiamento ha come obiettivo il galleggiarci dentro. Poto le piante del giardino, studio cosa mettere alle pareti delle stanze più grandi, lascio disposizioni per pranzi e cene. Rimangono i sudditi. E resta tutto. Nonostante. Resta.

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