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Sangue sopra i marciapiedi

Sangue sopra i marciapiedi, / Cadono dai grattacieli, / I suicidi tutti in fila, alla banca la mattina / Per poter lasciar qualcosa ai figli / e non fagli vivere la stessa vita, sì la stessa vita.

«Ti capitano atti di autolesionismo?»
Annuisco.
«E pensi alla morte?»
Annuisco di nuovo.
«Spesso?»
Non so rispondere. Cala un secondo di silenzio.
«Hai pensato anche a come vorresti morire?»
Rispondo senza alzare gli occhi dal pavimento.
«In un modo in cui poi mi ritrovino non “brutto”.»
Penso alle persone care che ho e che potrebbero ritrovarmi. Ci penso di continuo in quei giorni. Penso a cosa scrivere, penso al se scrivere qualcosa. Nessuno si merita il trauma di trovarmi morto. Ma la depressione ruggisce e mi gambizza.
«Sai, Mattia, la morte non è bella. È sangue pasticciato sul fondo di una vasca, è sangue rappreso su un marciapiede, è sangue livido sul collo stretto da una corda appesa. La morte è una cosa brutta.»
La guardo negli occhi per la prima volta da quando sono entrato nello studio e sto piangendo.

Sangue sopra i marciapiedi / sono sopra i grattacieli / I suicidi tutti in fila / Pronti per farla finita. / Cosa ti ha portato a fare una scelta cosi poco rispettabile? / E cosi egoista.

«Ventitré anni, sei così giovane.»
A posteriori comprendo l’intento che si cela dietro queste parole.
«Hai tutta la vita davanti.»
A posteriori comprendo la paura che si cela dietro queste parole.
«Prova a pensare a qualcosa di bello.»
Combattere conto lo stigma mentre si combatte la depressione (perché all’inizio e forse anche dopo la depressione si combatte) mi toglieva le poche forze che mi rimanevano. Non avevo desideri. Non avevo desiderio. Sapevo solo che era comunque una scelta poco rispettabile quella della depressione che degenerava in pensiero suicidario. (Una scelta? No, lo scrivo, non lo cancello ma mi correggo). Arrivo a credere di essere un egoista. La gente intorno a me, i miei cari, tutti chiusi su di me a protezione di un corpo che è solo corpo, serrato in un groviglio di tutto e nulla che paralizza. Un corpo che non voglio abbandonare ma che è prigione di rimuginio.
«Non possiamo lasciare Mattia da solo.»
Mia madre parla con Andrea mentre io attendo stordito il sonno amaro e fittizio che i farmaci mi porteranno. Tornato a dormire nel “lettone”, la tv accesa fino a tardi che mamma guarda finché non crolla anche lei dopo che lo schermo l’ha aiutata a scostare almeno di poco i pensieri, mi abbandono alla malattia.
«Stiamo parlando di nostro figlio!»
Mio padre al telefono, con un misto di rabbia, delusione e rivendicazione di un’esigenza incompresa, come quando ero ragazzino poco dopo la separazione, come non ha mai funzionato ma ha sempre provato a fare. E poi al telefono con la psicologa, mentre sono avvolto in un piumone bianco nel divano-letto che è stato preparato da lui per farmi dormire lì.

Amami poco chiedeva Laura / Pagami il mutuo chiedeva Marco / Fammi vedere mia figlia in faccia lo diceva chi non aveva nient’altro.

Un motivo. Il motivo. Da cercare e rintracciare fino a perdere un senso già inesistente. Crescono le voci nella mia testa mentre ricerco il perché. Sono voci vecchie di meccanismi che con il tempo riesco ad arginare e voci nuove che sui meccanismi vecchi si fanno forza e cambiano, come le mutazioni di un virus. La malattia non si sceglie, la malattia capita e a volte resta. E a volte non se ne esce. Ma qui la malattia non è visibile. E se non si vede? Il rischio di una mancata legittimazione. O di un momento emergenziale fortissimo che produce uno stato di allerta generale.

E chi è andato sul tetto per trovare il coraggio / Perchè non riusciva a farlo dal proprio terrazzo.

Così succede che, un giorno, nel periodo peggiore, quando in casa sono sorvegliato giorno e notte chiedo fiducia ed esco a fare una passeggiata con il cane. Succede che la mia mente pensa a tutto: pensa al guinzaglio che può essere usato come corda e che dovrebbe reggere, pensa ai campi dietro casa in cui non passa nessuno, pensa a inviare un messaggio ad Andrea di commiato. E si salva inconsapevolmente. La paura derivante dallo stigma, l’ansia della delusione del non aver fatto abbastanza. Ci vuole coraggio a essere depressi. E ci vuole coraggio a raccontarlo.

Sangue sopra il marciapiede / Perche Pietro si è buttato / Sua moglie è arrivata qualche istante dopo col suo nuovo fidanzato / Pietro non riusciva a sopportare a sopportarsi quando li seguiva il sabato.

Convivere con il dopo è alienante. Nessun certificato di avvenuta guarigione. Valgono le parole della psichiatra, mi fido della psicologa. Ascolto il livello di sopportazione che si alza e la testa che alza la voce con quelle voci che mi sbeffeggiano. Faccio analisi per capire quali sono le eredità che la malattia mi ha lasciato. Cerco di scindere le voci che mi appartengono e hanno il mio volto e quelle che non lo hanno. Un “Mattia Gambizzante” lo individuiamo durante la terapia: è la voce che si fa forza sulla poca autostima e che distrugge tutto senza fornire una soluzione, la personifico come “il bullo” e mi immagino il prenderle da lui. La psicologa mi fa riflettere su come ho reagito nel momento di vero pericolo durante il rapimento che ho subito. Respiro. Avverto la fatica e il sollievo del fidarmi.

Anna, quant’è bella, gli occhi tristi e molta pazienza. / Vive nell’ombra di sua madre a cui cura da un anno la sopravvivenza,
Marco invece parla tanto / Pietro non scopa da un sacco. / La gente pensa sia matto, / la gente pensa sia matto, / e cosa vuoi per questo sabato sto in sto palazzo / a parlare con loro e a guardar che si ammazzano.

Quante persone ci sono al mondo che hanno vissuto quello che ho vissuto io. Me lo domando di continuo. Da quando ricevo la diagnosi mi metto alla ricerca di libri che raccontino l’esperienza della depressione e comincio a leggere. Mi rifugio in opere di autori e autrici che raccontano la propria esperienza, perché so che la letteratura non fa altro che mostrare l’orrore che è dentro di noi e io quell’orrore voglio conoscerlo. E vorrei eviscerarmi per capire meglio, per lavare tutto il nero che sento avvolgere i miei organi interni e stritolarli. Quando sei tutto mente, per uscirne, è necessario partire dal riappropriarsi del corpo. Ed è quello che ho provato a fare.
«Ti devi forzare.»
E ho avuto nausea, mal di testa, tachicardia, attacchi di ansia e di panico.
«Lo puoi fare.»

Nel mio film si ripete fino a qui tutto bene per ogni piano / e ad ogni piano, perché è così che li conviene e cosa vuoi per questo sabato sto in sto palazzo, / a parlar con loro e a guardar che si ammazzano, / nel mio film si ripete / fino a qui tutto bene, per ogni piano e ad ogni piano / perché è così che gli conviene.

«Come andiamo?»
«Fino a qui, tutto bene.»

(Il testo in corsivo è un brano inedito di gIANMARIA che si intitola “I suicidi”. gIANMARIA è un ragazzo di diciannove anni che ha portato questo brano a xfactor e che io ringrazio nonostante non ci siamo mai conosciuti perché, invece, è come se fosse accaduto una settimana fa con la sua esibizione e se ci conoscessimo da tutta la vita.)

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