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Zone di rischio

Sono stato per un anno quattro mesi e otto giorni in zona bianca. Un bianco che è arrivato per salvarmi dalla zona nera. Un bianco contenuto ordinato e composto in pillole di un blister che mi ha accompagnato ogni giorno dall’undici settembre duemiladiciannove. Da meno di due mesi sono stato messo in zona azzurra e zona gialla che non hanno cancellato quel bianco e quell’ordine ma l’hanno sostituito cromaticamente. Da meno di due mesi ogni giorno non mi accompagna più un blister solo ma due. Da meno di un mese ho comprato un portapillole perché spesso quei due blister me li dimenticavo. E forse è un segnale positivo.

I colori delle pillole che da un anno e (quasi) sei mesi mi accompagnano, a volte inseguono, a volte sostengono, a volte interrogano, quei colori sono diventati la mia quotidianità. Sono colori associati a una grammatura. Il bianco è stato cento e poi duecento, ma è stato anche prima cinquanta e in mezzo centocinquanta. Il giallo è stato ed è solo duecento. L’azzurro è stato ed è solo cento. “Dottoressa, come ottengo il settantacinque?”. L’euforia dello scalare la dose.

Quando sono tornato in quel SerT, un anno quattro mesi e otto giorni dopo, avevano cambiato l’ingresso e i mattoncini rossi mi sono sembrati meno sporchi. Entrata, corridoio, superare la sala d’aspetto, svoltare a desta, salire le scale, superare la porta, svoltare di nuovo a destra e poi subito a sinistra, attendere davanti alla terza porta che a scorrimento si apre. “Bentornato Mattia, accomodati pure”.

Affronto colori diversi adeguati al periodo. Se tutto va bene tra poco saluterò il giallo per lasciare posto al solo azzurro. “Fai metà da cento e metà da cinquanta”. Scalare è un verbo che mi piace perché ha duplice valenza: salire o diminuire. In questo anno e quattro mesi e otto giorni mi sono arrampicato verso l’altro. Anzi, in questo anno e quattro mesi e otto giorni mi sono aggrappato mentre in pavimento sprofondava verso la zona più nera, quella dei pensieri suicidari e del vuoto di senso. E non è stato salire, ma è stato assestarsi. Ma in questo anno e quattro mesi e otto giorni ho imparato anche a diminuire e a diminuirmi. Meno dolore grazie alla zona bianca e grazie alle parole e grazie alle persone che ho avuto vicino.

Da un anno quattro mesi e otto giorni vivo in zone di rischio che si prefiggono aperture e non chiusure. Chiudere ha significato sopravvivere e annientarsi al tempo stesso. Le mie zone hanno cominciato a diventare davvero mio quando ho imparato che per chiudere era necessario aprire con dei confini. E non è più così vitale il legame con quell’ordine e quella compostezza che i blister mi hanno restituito in questo periodo.

Mi ritrovo in zona gialla e azzurra con la possibilità di finire in zona azzurra e non provare più panico per la zona nera. “Te la senti?”. La decisione deve essere mia. “Siamo sempre in tempo a tornare indietro”. Mi sorride. Sorrido un po’ anche io. Subito dopo piango. Poi dico che una volta ho risposto al mio compagno che mi chiedeva quale fosse il mio colore preferito in questo modo: “Il mio colore preferito è l’azzurro ma vorrei che fosse il giallo”. Il sorriso della mia psichiatra è tutti i colori insieme.

Vivo in zone di rischio che ho imparato a conoscere lentamente. Esploro il tempo e lo ritrovo compagno che non allevia i dolori ma ti concede di elaborarli. Assumo pillole che aiutano il mio cervello in modo chimico per permettermi di scoprirmi e ritrovarmi più aderente possibile a quello che sono e quello che sento. Crollo. Piango. Canto a volte la mattina. Rido. Lavoro. Scorgo la depressione che ruggisce a tratti. Mi lascio attraversare. Guido. Mi perdono. Faccio sedute di psicoterapia. Provo a vivere con l’obiettivo di abbandonare i singoli colori per abbracciarli poi tutti. Dall’azzurro al giallo, dal bianco al nero.

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