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Il senso di una fine

Quanto è sempre stata dolorosa per me la fine. Un senso di vuoto, di cristallizzazione di una situazione pregressa che resterà immutata, una perdita di tempo. Un dolore grande doversi salutare, un grande fardello dover riprendere tutto da capo. Per questo ho odiato i miei genitori e per questo ho odiato tutte le persone che hanno chiuso storie con me. Per questo ho detestato le otto di mattina in vista dell’inizio della giornata, le domeniche in vista dei lunedì, settembre in vista dell’anno scolastico, dicembre in vista dell’anno nuovo. Ed è sempre stato un odio non razionale nato da una rabbia a cui non sapevo dare una forma. Ma poi ci ho lavorato.

Ho sempre sofferto la fine perché non ho mai lasciato che il “mentre” potesse davvero lasciarmi qualcosa. Per uno di quei miei soliti meccanismi di autoconservazione, mentre vivevo le cose, non mi lasciavo davvero attraversare, convinto e sicuro in quello che era un mio piccolo ecosistema che ad oggi ho imparato a vedere, ringraziare e mandare in soffitta. Non odiavo la fine, odiavo non essere stato in grado di assorbire il “mentre”. E tutto questo mi ha portato a collezionare pochi ricordi. Ché, se è vero che noi siamo i nostri pensieri, le nostre emozioni e le nostre azioni, è altrettanto vero che noi siamo anche i nostri ricordi, per quanto inesatti, edulcorati o indotti che siano.

Negli ultimi sei mesi, dopo il periodo di buio che tante volte ho raccontato, ho accettato una supplenza elementare che tra due giorni volgerà al termine. La mia mente lavora sulla fine già dall’inizio, in un dispendioso meccanismo di ansia anticipatoria che vorrebbe tentare di ridurre al minimo un danno ipotetico impossibile da prevedere. Ma mi conosco, è sempre stata la mia voglia vana di gestire tutto, perché l’imprevisto è sempre fonte di instabilità, e l’instabilità non ho mai imparato a vederla come possibilità.

Mi sono sempre detto che finire voleva dire archiviare, e invece, quasi sempre, finire vuol dire aver assorbito ed essere liberi di identificarsi nuovamente in situazioni che ci assomigliano maggiormente nel momento in cui la fine si presenta e ci scopre inevitabilmente (se saremo riusciti a passare dall’altra parte della barricata, che è quella della concessione alla possibilità del cambiamento) diversi da come e quando tutto era cominciato.

Non nego che la morte, la separazione e l’inconcluso mi fanno, e probabilmente mi faranno sempre, ancora paura. Ma mi accorgo che è una paura diversa, una paura irrazionale, atavica, e probabilmente congeniale al rimanere attento e aperto al cogliere tutto, al farmi attraversare, all’apertura verso la possibilità che quello che arriva possa essere giusto per me o possa cambiarmi. Non ho mai accettato il cambiamento perché il mettermi in discussione avrebbe significato perdere l’equilibrio, e perdere l’equilibrio sarebbe equivalso al perdermi. Ho lavorato in questi tre anni di analisi per costruire tutte quelle certezze e identità fluide che tengono in piedi le mie nuove fondamenta, che ad oggi hanno ricevuto una poderosa mando di antimuffa e sono state costruite impermeabili, ignifughe e antisismiche.

Così, di questi sei mesi alla scuola primaria, potrò portare con me l’insicurezza nell’essere davvero all’altezza dopo la chiamata della preside, il senso di inadeguatezza delle prime lezioni confuse, la gioia dell’integrazione nelle diverse classi, la sorpresa del ritrovarmi più a mio agio di quanto avessi mai potuto immaginare, la fermezza e l’empatia che mi sono valse stima abbracci confessioni sorrisi fiducia da parte dei bambini, la stanchezza delle sei ore di seguito, la disponibilità degli adulti e dei bambini nell’aiutarmi a crescere, l’autostima coccolata dal riscontro dei fatti, la fatica nell’essere sempre attento perché le parole e le emozioni hanno un peso fondamentale, e tutto il resto. Quel resto che non riesco a spiegare a parole perché è tutto quello che conta e quello che conta spesso non si dice ma si vive.

Sto imparando a trovare il senso di una fine. Che banalmente è il non senso di un’ansia anticipatoria non finalizzata al momento presente. Ci ho messo anni. Ci metterò tutta la vita. Ma non corro più dietro al Senso. Provo ad assorbire il senso. E mi sposto al di là della barricata. Perché la trincea da cui venivo aveva fondamenta di cristallo finissimo, pulito e splendente, ma fragile e di sola apparenza. Sono un Mattia più aderente ogni giorno. Verso la fine, verso un non senso della fine. Che poi è il senso di tutto. Del mio tutto. Che non dico, ma vivo.

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