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«Sai, Mattia, dalla prima volta che tu hai varcato quella soglia io ho avuto fiducia in te.»

Durante la terapia ci sono stati momenti in cui non sono riuscito a trattenere le lacrime. Sono stati svariati momenti, imprecisati e imprecisabili, originati dalle emozioni più diverse e dai racconti più dissimili. Poi ci sono stati momenti in cui il motivo del mio pianto è stato chiaro e riconducibile alla stessa sensazione: quella di essere visto e riconosciuto, riempito di un senso sincero e tangibile. Oggi è successo uno di quei momenti.

Milano è torrida a causa di quel caldo umido e afoso che scioglie l’asfalto per poi farci affondare le suole delle scarpe. Davanti a quel portone in legno di cui conosco ogni venatura alcuni motorini lasciano impresso nell’asfalto il segno della loro sosta rovente. Salgo le scale lentamente, pronto all’ultima seduta con la psicologa prima delle vacanze che passerò per la prima volta quasi interamente a Milano.

Sono tre anni che tutti i lunedì mi metto in macchina e vengo qui. Parcheggio bar scale sala d’attesa studio respiro. Le parole sono sempre state (e oggi non fanno eccezione) qui con noi prima ancora di rendercene conto. Tutti i saluti, in fondo, si somigliano e noi ci conosciamo. Ilenia mi conosce. Affondati in quei divanetti afferriamo (e abbiamo vissuto) ansie preoccupazioni emozioni sorrisi lacrime da tempo. Quando realizziamo che sono tre anni di terapia, ci sorprendiamo.

Conoscersi significa trovare le chiavi di lettura dei meccanismi per riconoscersi e per portarsi e portare l’altro vicino a quella che non riesco a definire in altro modo se non natura. Come se tutti i Mattia che sono stato nei miei venticinque anni fossero tutti con me, ma ora sapessi a chi voglio e mi sento di dare retta.

Nei momenti dei saluti, così come in quelli delle scelte, la depressione trova ancora sprazzi di terreno fertile per albergare nelle pieghe della mia emotività. La percepisco strisciare correre saltare gonfiarsi. La vedo provarci cantare invitarmi. La ringrazio rifiuto rimando giù. Ho la piena consapevolezza che sarà sempre così. Ma ora ne ho meno paura. Sebbene spesso mi senta difettoso (la mia psicologa direbbe che non è un difetto ma un marchio di fabbrica. e io le credo).

Nonostante tutti questi anni, nonostante la terapia farmacologica e psicologica, sento e ho imparato che Mattia è anche questo. E mi sono perdonato in un primo momento. Ma poi ho imparato che non era il perdono ciò di cui avevo bisogno, ma di un abbraccio di fiducia.

«Sai, Ile, la prima volta che ho messo piede qui non credevo minimamente in me stesso. Lo facevano gli altri. E io glielo lasciavo fare. Era in un certo senso più comodo.»

Ancora rimane un momento di stacco tra quello che so in teoria quello che metto in pratica tra tutte le emozioni che sento e che si alternano e non sanno decidere ma poi trovano il loro posto.

«Sai, Mattia, dalla prima volta che tu hai varcato quella soglia io ho avuto fiducia in te.»

Un’ondata di senso mi travolge e preme da dentro per uscire. Gli occhi diventano lucidi all’istante. Ilenia mi passa un fazzoletto.

«Ho avuto paura durante la depressione. Ma non ho mai smesso di fidarmi di te.»

«Non hai mai smesso di fidarti di te, invece.»

Una seconda ondata mi travolge. Provo di nuovo tutto il contrario di tutto. Ma poi il caldo della fiducia che rimette al mondo sovrasta ogni cosa. Eppure afferro un pensiero.

«A volte in quel periodo ti ho sentita distante, è per quello che ho avuto paura.»

Tenere insieme. Non aver paura. Essere anche e soprattutto grazie a.

«Sai, Mattia, in tutti questi anni ho solo provato a mostrarti un modello diverso di voler bene, che non fosse l’esserci “con il corpo”.»

Nella testa ho confusione. Negli occhi lacrime. Nel petto il calore delle risposte comprese a un livello che non è quello razionale.

«Quando sei venuto da me la prima volta era fortissima la tua richiesta di fare da solo e di identificarti a prescindere dagli altri. Ed è quello che abbiamo fatto. E io ci sono sempre stata anche se alla distanza più giusta in quel momento.»

Nuovamente mi sento invaso di gratitudine e mi riconosco.

«Si può voler bene anche in silenzio.»

Ci divide un plexiglas. Ci uniscono tre anni di terapia che ci hanno portato vicino lontano distanti molto in alto ed estremamente in basso. Ci accomuna tutto quello che non ci siamo detti, che poi è tutto quello che ci siamo riconosciuti.

«A settembre potremmo pensare di cominciare a diradare le nostre sedute.»

Sorrido in quell’attimo di silenzio.

«Buon’estate, Mattia.»

Ho ancora gli occhi lucidi.

«Grazie Ile, buon’estate anche a te.»

E per la prima volta ci abbraccimo

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