Da dove comincio? E come? E poi, è davvero un cominciare? Sono sicuro di quello che voglio fare? E ancora, come lo imposto? Comincio da qui, dalle domande che mi pongo mentre nella mia testa prende forma un progetto che più che un inizio è un prosieguo della narrazione che mi sono ritrovato a portare avanti in questi due anni (e forse, in un certo senso, da tutta la vita). Avrei voluto fosse questa la narrazione che per le circostanze contingenti mi sono ritrovato a portare avanti? Avrei voluto che queste circostanze capitassero a me? Avrei voluto affrontare la depressione perché essa mi ha permesso di testare la mia resistenza al dolore? Avrei voluto essere depresso? Propenderei per un “no”. E la cosa che mi spinge a scriverne è che, oltre al fatto che non l’avrei voluto, c’è il fatto che non mi sarei mai immaginato potesse accadere a me. Così scrivo. E comincio da qui.
Voglio premettere fin da subito che in questo mio percorso, che sembra qui cominciare ma che invece qui prende forma e concretezza e sistema le idee, sbaglierò molte volte e molte volte avrò bisogno di suggerimenti, consigli, correzioni. In questi due anni ho scritto tanto e tanto mi sono interrogato sul che cosa fosse pubblico e che cosa dovesse rimanere in definitiva privato. Il mio dolore è rientrato nel pubblico, il modo in cui l’ho vissuto ho invece cercato di tenerlo privato. Questo perché non è l’aspetto morboso del male, al quale tuttavia durante il periodo della mia depressione più volte mi sono accostato fascinato dal suo potere, quanto piuttosto la possibilità del male a interessarmi. Non la certezza che il male esista, dunque, ma la possibilità che possa capitare, possa capitarmi, possa capitarti. In questi due anni ho ricevuto diversi messaggi di persone che mi domandavano, che si interrogavano, che chiedevano riguardo casi a loro vicini o per loro stessi: madri, padri, figli, amici, conoscenti, sconosciuti. Dov’è il male? Come si manifesta? Come lo gestisco?
Chiarisco che io non ho dalla mia la verità e dalla mia non ho nemmeno basi di studio per avvicinarmici a quella verità. Dalla mia io ho una verità, e poi ho l’esperienza. Che sia sufficiente? Ancora non lo so. Che io creda possa valere una verità e non la verità? Sì. In questi due anni ho riflettuto e mi hanno fatto riflettere persone a me vicine sul fatto che, a seguito della mia esperienza, quelle donne, uomini, ragazzi e ragazze che mi hanno scritto lo hanno fatto non per ricevere risposte ma per una sorta di prossimità empatica che il dolore crea tra chi il dolore lo ha conosciuto. E qui un altro punto da cui voglio partire, perché scrivo e avverto rischi dietro ogni frase (e questo è dovuto all’idea perfezionista che ho di me e sulla quale sto lavorando, alla pressione generata dalla responsabilità riguardo al peso delle parole, al non sentirsi mai abbastanza che mi ha portato alla depressione e sul quale la depressione si è fatta forza): il mio dolore non è uguale a quello di nessun altro. Lo dico meglio: il dolore di ognuno è diverso da quello di chiunque altro per tutte le ragioni del mondo.
Eppure, scrivo questa pagina perché uno degli insegnamenti più grandi che questa malattia (e fa ancora strano anche a me definire la depressione come malattia) mi ha lasciato è il fatto che c’è un solo modo per esperire il dolore, e questo modo è viverlo, ma infiniti modi di viverlo e di trovare punti di congiunzione tra i dolori. E allora cerco di raccogliere, tenere insieme, fare qualcosa del mio dolore, provando a ricordare che non sempre il dolore ha un senso e che io non debba fare del mio dolore qualcosa, ma che io voglia provare a farlo. E quanto in questi anni di terapia “dovere” e “volere” sono stati verbi con cui ho lottato, fatto pace e poi lottato di nuovo.
Ho paura di sbagliare i termini, ho paura che la depressione ritorni (molta molta meno paura di prima ma comunque c’è), ho paura di non essere (lo ripeto) adeguato anche solo a pubblicare un articolo del genere. Poi fermo i pensieri, mi guardo indietro, e mi rendo conto che quello che ho scritto in questi due anni altro non è che un continuo e disperato tentativo di mettere per iscritto un qualcosa di inesprimibile, il tentativo di raccontare un male dai sintomi poco riconoscibili e riconosciuti, spesso sminuiti. La depressione non esiste finché si riesce a non farla esistere. Le persone a te lontane la bollano come “periodaccio”, quelle a te vicine l’allontanano per paura che sia davvero depressione, tu la nascondi a te stesso e a tutti gli altri perché “non succede a me”, perché non ti riconosci, perché accettare qualunque malattia è una merda e la depressione non fa eccezione, anzi. Nella società del progresso, lo stare male è un lusso riservato ai deboli e ai fragili. E ti sei già ammalato.
Scrivo. Cancello. Riscrivo. Rileggo. Mi fermo. Termino qui, ma potrei proseguire. Inseguo i pensieri e quanto vorrei avere un ordine. Comincio da qui, ma in fondo è solo un continuare in un momento in cui le cose non vanno ancora benissimo ma vanno meglio (la prima volta che ho steso l’articolo, la parola “meglio” non l’avevo messa). E provo ad abitare la possibilità e a credere nell’errore come insegnamento. E chiedo a voi se c’è qualcosa che vorreste leggere più di altro. Chiedo a voi se quest’idea di creare un posto sicuro in cui stare, ritrovarci, raccontare e raccontarci lo avvertiate davvero come un luogo sicuro. Chiedo a me se sono pronto. E mentre cerco una risposta, intanto, comincio da qui.
